AVICENNA, MAESTRO DI CONOSCENZA UNIVERSALE

Filosofo, medico, scienziato, teologo, letterato e poeta. Ma anche brillante ingeniere, inventore di macchinari, astronomo, chimico e farmacista. E non ultimo, fine psicologo, le cui acute intuizioni hanno anticipato di quasi un millennio discipline come la psicosomatica, l’arte-terapia e la medicina olistica. Insomma, un genio. Questo era Abū-ʿAlī al-Ḥusayn ibn-ʿAbdallāh Ibn-Sīnā, passato alla storia in Occidente col nome di Avicenna e vissuto nell’Impero Persiano Samanide, a cavallo tra il primo e il secondo millennio d. C. (980-1037).

Un uomo universale, dunque, di quelli che brillano nella storia dell’umanità come astri splendenti, comete solitarie ed eccezionali, che segnano con la loro ieratica apparizione il destino ultimo della specie: la conoscenza, intesa nel senso più aulico del termine.

In 57 anni di intensissima vita, Avicenna ha prodotto più di 100 opere, molte delle quali sono diventate pietre miliari del sapere, non solo per il mondo islamico ma, tradotte in latino, francese, inglese e tedesco, anche per l’evoluzione del pensiero e delle scienze dell’Occidente. Per secoli, infatti, il confronto con le teorie avicenniane nelle accademie e nei cenacoli del Vecchio Continente è stato semplicemente imprescindibile.

Grazie al suo approccio empirico e sperimentale, Ibn-Sina è stato definito a buon diritto il “padre della medicina moderna.” Uno scienziato che si esprimeva in versi: la sua monumentale Enciclopedia Medica (Al-Qanun fi’l-tibb), allo scopo di essere più facilmente memorizzata dagli studenti, è stata interamente redatta in distici. La sua prolifica ispirazione ha impiegato con eleganza lingue e linguaggi diversi: dalla lirica alla prosa, dall’arabo al persiano, da brevi trattati di poche pagine a operere in 20 volumi, molte delle quali, purtroppo andate perdute.

Dalla sua autobiografia sappiamo che scriveva sempre, di notte, di giorno, in viaggio, e persino a cavallo. Dormiva pochissimo, e aveva una memoria formidabile: a soli 18 anni aveva memorizzato l’intera Metafisica di Aristotele, dopo averla letta per ben 40 volte. E quando il senso ultimo di un passaggio o di un concetto gli sfuggiva, si ritirava in Moschea a pregare, e lì restava finchè il dubbio non gli si era chiarito. Oppure, se la stanchezza prevaleva sulla sua volontà facendolo crollare addormentato sui libri, l’illuminazione poteva giungergli anche in sogno.

Nonostante la sua incontrastata genialità, Avicenna ha lottato buona parte della sua esistenza per assicurarsi il meritato riconoscimento economico, nonchè il rispetto intellettuale e l’ammirazione dei suoi compatrioti. Le alterne vicende politiche della sua epoca, che videro il declino della dinastia Samanide, lo costrinsero a peregrinare affannosamente per più di 20 anni in cerca di mecenati che lo stipendiassero e proteggessero. Fu obbligato a nascondersi, fuggire, e fu addirittura imprigionato per ben quattro mesi: prigionia che dedicò interamente alla sua produzione letteraria.

Gli affanni di Avicenna trovarono fine solo nel 1024, quando salì al potere l’Emiro Adul al-Dawla, della dinastia Buwayhide. Accolto finalmente a corte con i dovuti onori, qui il grande studioso passò gli ultimi 13 anni della sua vita. Morì, dicono i biografi, a causa delle sue sregolatezze a cui non volle rinunciare nemmeno dopo i primi segnali della malattia. Coerente, fino in fondo, col suo motto: “Meglio una vita corta, ma ampia, che una vita lunga, ma stretta”.

La figura di Avicenna incarna in modo ideale la sintesi di saperi e culture distanti, volte al superamento delle appartenenze, per convergere nel mare aperto della conoscenza universale, patrimonio indiscusso dell’umanità intera. Il veicolo di tale disinteressata ricerca altro non è che il suo irreprimibile amore per la sapienza che, a distanza di mille anni, ancora si avverte nell’emozione del filosofo, mentre racconta la prima volta in cui fu ammesso, diciottenne, nella leggendaria biblioteca del Sultano di Bukhara:

Un giorno chiesi al Sultano il permesso di recarmi nella biblioteca per esaminare alcuni testi, e la mia richiesta fu accolta. Entrai in un palazzo con tante stanze, ognuna delle quali era piena zeppa di pile di libri accatastate una accanto all’altra. In un appartamento c’erano i libri dedicati alla lingua e alla poesia, in un altro quelli relativi alla legge, in un altro ancora quelli di medicina, e così via. Ogni stanza era dedicata a una singola scienza. Controllai il catalogo dei lavori dell’antica Grecia, e richiesi alcuni volumi. E vidi libri i cui autori erano ancora sconosciuti alla maggioranza degli studiosi – libri che non avevo mai visto prima di allora, e che non ho mai più visto dopo. Io ho potuto leggere quei libri, sfogliarli e prendere appunti, e rendermi conto del ruolo che ognuno di quegli autori occupava nel suo campo particolare…